martedì 20 aprile 2010

lorenzo cerroni racconta

Susanna non voleva farsi fotografare. O meglio: per tutto il periodo in cui siamo stati insieme non voleva che un obiettivo inquadrasse tutto il suo viso. Poi le cose sono cambiate e ci sono tante sue foto, ma sono tutte di "dopo": dopo che ci siamo conosciuti, dopo che la nostra storia era gia' finita, dopo che per un anno e qualche mese avevo fotografato tutti tranne lei. Qualche volta raggiungevamo un compromesso, cosi' delle foto di noi due insieme le ho: io di fronte e lei di spalle, con i bei capelli biondi sulla schiena nuda; oppure un suo occhio con il mio riflesso dentro. Un ritratto vero, pero', non ce l'ho. Qualche foto rubata da lontano che poi ingrandivo in camera oscura fino a vedere piu' la grana che il viso, o qualche gruppo in cui si intravedeva anche lei: per uno che pensava di voler fare il fotografo, come ero io allora, una specie di dramma. L'occhio di Susanna che ho mandato a Silvia per questo libro l'ho fotografato una mattina, a fine estate 1983, dietro alla finestra della mia camera a Roma. Susanna era in piedi di fronte alla finestra, pero' dovevo illuminare anche il mio viso riflesso nel suo occhio e avevo montato dei pannelli bianchi volanti per riflettere la luce. Insomma era una foto macchinosa, non uno scatto fatto al volo: questo per dire che non e' che Susanna non si prestasse a fare delle foto e a perdere tempo per farle, e' solo che non voleva che si vedesse tutto il viso – se la vogliamo dire tutta, non voleva che si vedesse il naso, che a me piaceva ma che lei trovava brutto. E durante la preparazione di questa foto non e' che non avessi provato a convincerla delle meraviglie di tutte le possibili inquadrature, e di come in fotografia tutto puo' sembrare diverso da come e': ma di fare un ritratto vero e proprio non se ne parlava neanche, e alla fine ho dovuto usare un obiettivo macro piazzato a pochi centimetri dall'occhio per rendere la seduta tranquilla senza far pensare che forse stavo fotografando quello che non dovevo...
Quante altre foto avrei voluto fare, e che non ho mai fatto! Quante immagini ho perso, oramai svanite dalla memoria e finite in un unico ricordo di un viso che aveva cosi' tante sfaccettature, cosi' tante espressioni, cosi' tante allegrie e cosi' tante tristezze! Sono quasi 30 anni da quando ci siamo conosciuti ed il tempo passato insieme si e' come condensato in un'unica sensazione, un'unica emozione, la malinconia di una storia finita due volte: perche' e' finita la storia e perche' e' finita anche chi l'aveva vissuta con me, e la poteva ancora ricordare. Era una storia di altri tempi, di quando eravamo piu' piccoli e ci sentivamo meno liberi; forse in realta' eravamo molto piu' liberi di adesso che possiamo fare tutto ma non ne abbiamo mai il tempo, o la voglia... Non ho grandi viaggi fatti insieme da ricordare – i giorni passati con lei, intendo stando insieme dall'inizio alla fine, erano pochissimi e rubati, nel senso letterale della parola. Non ricordo piu' quante bugie ci siamo inventate (in realta' se le inventava lei, perche' i miei genitori non mi mettevano mai restrizioni, pero' annuendo nervosamente mentre lei parlava mi sembrava di raccontare balle anche a me). Ogni gita a Santo Stefano (non saprei piu' dire quante volte ci siamo andati insieme: a me sembrano tantissime, ma devono essere state una manciata...) veniva presentata come una gite di classe, se non di tutta la scuola, e comunque sempre da qualche altra parte (l'Argentario era un po' come il giardino della perdizione, per andarci bisognava inventarsi almeno una decina di compagni di gita, madri e padri al seguito e poco mancava che non venisse richiesta anche la presenza di un qualche nonno di sicurezza). Ho capito allora la potenza della complicita' tra amici ed amiche e oggi mi chiedo quante cazzate mi racconteranno i miei figli, e penso che forse crederci fa parte delle regole del gioco... Non ho giornate o notti in posti esotici da ricordare. La settimana o poco piu' passata in Sardegna all'inizio della nostra storia, forse il viaggio piu' lungo in cui siamo stati insieme (ma anche insieme a tanta altra gente), era caratterizzata in parte da ambienti di uno squallore inimmaginabile (la casa dove abitava Susanna con i suoi amici), che pero' veniva completamente annullato dall'incredibile romanticismo della barca di Alberto Bezzi (con cui ero venuto io), del mare, e soprattutto del primo amore, come nelle piu' melense canzoni di Claudio Baglioni... Mi sono rimaste intatte nella memoria la figura di Fabio Polazzo che chiedeva 500 lire a tutti quelli a cui dava un passaggio con la macchina, ed un individuo di cui non ricordo piu' il nome che viveva nella casa affittata dagli amici di Susanna (chiamarla casa e' un eufemismo), e che era capace di prendere le mosche con la mano – per incredibile che possa sembrare non l'ho visto fallire una sola volta, e ne avra' prese almeno una cinquantina. E' l'imprevedibilita' e la meschineria della memoria: vorrei ricordarmi di tante altre cose, queste due pero' mi sono rimaste fisse come il mastice, e non me ne libero piu'. Non ci siamo quasi mai svegliati insieme: una volta che lo facemmo a casa sua i genitori ritornarono molto prima del previsto mentre ancora dormivamo, e solo grazie alla prontezza di Silvia e Simona che li bloccarono nell'ingresso per un paio di minuti riuscimmo a rimediare – Susanna rifacendo in fretta il loro letto, dove avevamo dormito, io saltando dalla finestra della loro stanza in mutande con i vestiti in mano. Abitavano al pianterreno, pero' non avevo calcolato che la finestra dava sull'entrata del garage: solo per un miracolo non mi sono ammazzato. Pensavo che fosse un metro d'altezza ma erano quattro, e me ne sono accorto solo nel momento in cui stavo gia' in volo e mi meravigliavo di non toccare ancora terra... Poi sono rientrato suonando alla porta come se nulla fosse (dovevo riprendere il casco che avevo dimenticato nella fretta), e non dimentichero' mai lo stupore della madre nel vedermi alle 8 di mattina di domenica – avranno saputo, lei ed il padre, che le figlie non erano cosi' innocenti come volevano far credere? Avranno creduto davvero che ero venuto a fare un saluto prima di colazione, tutto pieno di graffi?
Sono questi i miei ricordi: piccoli avvenimenti, momenti rubati a giornate normali. Non sono ricordi di grandi accadimenti, pero' in un certo senso ho molto piu' di questo, e molto piu' difficile da ricordare: la storia di una grande passione, della prima grande passione, della passione che ti cambia per sempre, nel bene e nel male. Ma la passione non si puo' ricordare, si puo'solo vivere, e quello che rimane dopo e' solo la memoria di un'emozione senza il tuffo al cuore, un po' come quanco cerchi di giore ancora al ricordo delle vecchie vittorie sportive e non ci riesci piu', e tutte le coppe e le medaglie rimangono solo dei pezzi di metallo. Sono questi i miei ricordi: frammenti di una storia che e' stata intensissima, bellissima, allegrissima, e anche tristissima – quando ci siamo incontrati in Sardegna in una pizzeria e gli ho dato una lettera di raccomandazione per metterci insieme, quando abbiamo fatto l'amore per la prima volta (nel letto dei genitori a Roma...), quando siamo andati insieme al consultorio, quando giravamo con la mia moto abbracciati, quando l'andavo a prendere a scuola, quando una mattina ho ritrovato un suo orecchino nel mio letto (uno dei momenti piu' incontrollabilmente felici della mia vita), quando, dopo che la nostra storia era gia' finita, ho trovato un bigliettino d'amore che mi aveva nascosto mesi prima a Santo Stefano (uno dei momenti piu' inconsolabilmente tristi della mia vita...), quando ci siamo telefonati l'ultimo dell'anno tra Salice d'Ulzio, dove era Susanna, e Folgarida, dove ero io, e mi ha detto che si era messa con uno di Modena (ho avuto per un bel po' di tempo una sana sfiducia in Modena e in tutti i suoi abitanti), quando, dopo quella telefonata, tornati a Roma siamo andati a fare un giro in macchina insieme, senza meta, solo a parlare e a cercare di capire, trovando per pochi giorni ancora un'intesa che invece era gia' finita, una passione che ormai era terminata, per lei un po' prima che per me. Qualche mese dopo ci siamo trovati ancora una volta e siamo andati di nuovo insieme per due giorni a Santo Stefano, e abbiamo scoperto che la passione era finita davvero, adesso, per tutti e due.
Quattro anni dopo la fine della nostra storia io sono partito per l'Austria e la vita romana e' diventata come un'eco, man mano piu' lontana ed indistinta. Di Susanna ogni tanto avevo notizie, ma non avevo quasi piu' contatti diretti. Poi nel 1992, poco dopo aver saputo che mio padre aveva un tumore incurabile al polmone, la notizia della sua morte mi ha lasciato impietrito. Per me, che negli ultimi anni l'avevo vista pochissimo, e' stato come se il tempo fosse tornato indietro e fosse morta la "mia" Susanna, la Susanna con cui avevo passato il periodo piu' emozionante della mia vita, l'unica Susanna che avevo veramente conosciuto. Solo allora la nostra storia e' finita davvero, irrimediabilmente, e per sempre. L'ultimo ricordo che ho di lei e' la decisione, presa insieme a mia madre, di non dire a mio padre che si era uccisa. Gli voleva bene, e gli abbiamo risparmiato quest'ultima tristezza.
E ora cosa resta, cosa rimane a quasi 30 anni da quando ci siamo conosciuti e quasi 20 da quando e' morta? Cosa mi e' rimasto di quel tempo, della prima, vera grande passione della mia vita? Cosa e' rimasto delle emozioni, dell'amore che sembrava impossibile che potesse finire, del dolore, della gioia, di una storia di poco piu' di un anno ma che nella memoria si e' dilatata lentamente fino ad occupare spazi che non sono piu' delimitati? Oggi resta la malinconia delle cose finite e che non potranno tornare mai piu', la dolcezza infinita stemperata dai 30 anni di distanza, i ricordi frammentati e spezzettati che si riaffacciano, a volte, nei momenti in cui meno te lo aspetti, staccati ormai dal tempo reale, ingigantiti o rimpiccioliti dalle emozioni, come condensati in un'unica massa di un ectoplasma trasparente ma impenetrabile. Susanna dentro me ha ancora 17 anni, sento la sua voce parlarmi e vedo i suoi occhi ridere furbi in tutte le fotografie che avrei voluto fare, ma che non ho mai potuto scattare.

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