martedì 20 aprile 2010

fabrizio ungaro racconta

Tre e tre

Anny e Viviana, prima colleghe e poi amiche da lungo tempo, tre figli a testa, in pratica un piccolo branco. Sei in tutto: le bionde, Silvia e Chicca, la grande e la piccola; i rossi, Daniele e Simona, il grande e la piccola, e poi quelli di mezzo, Fabrizio e Susy. Un appuntamento fisso per qulche anno, una volta a settimana almeno, mi sembra il martedì. Il sole e la pioggia decidevano il programma di quei pomeriggi, stranamente sempre senza compiti da fare.

Sole. A caccia di girini
Il terreno di caccia: le fontane di Villa Borghese; la preferita la grande fontana rotonda, quella sotto il Viale delle Magnolie, tra il Pincio e il Giardin del Lago; quella più ricca di prede, la Fontana dei Pupazzi, dove l’acqua era coperta da un tappeto di muschio e piante; quelle più ambite, la fontana di Mosè e quella dell’orologio, nella quali non si poteva entrare. Io e Susy, arrotolati i pantaloni alle ginocchia, tolte scarpe e calzini, ci avventuravamo nell’acqua attenti a non scivolare sui vecchi muschi e muniti di bicchieri e bottiglie passavamo ore a catturare girini, sotto gli sguardi ansiosi, ma poi mica tanto delle mamme, distratte spesso dalle vicende degli altri quattro. La merenda era più che altro un maldestro tentativo delle mamme per farci sbarazzare delle piccole prede, ma non ci pensavamo proprio! Il bello veniva dopo: una bacinella in terrazza a vedere cosa sarebbe successo di quei buffi cosi neri con una minuscola coda che non stava mai ferma. Lungo la strada del ritorno spesso Susy mi dava il suo sacchetto di acqua e girini: doveva arrampicarsi sui lampioni. Non capivo bene perché lo facesse, ma ogni lampione era una sfida, e lei si arrampicava fin dove poteva, prima di essere raggiunta dalle grida minacciose di Viviana, rinforzate da quelle, invero parecchio più allarmate, di Anny. Io coi miei sacchetti di girini, la guardavo divertito e anche molto, molto ammirato: io ad arrampicarmi sui lampioni proprio non ci riuscivo! Poi ce li dividevamo, i girini, e ognuno a casa sua allestiva un piccolo zoo anfibio, con pietre, foglie galleggianti e tutto quanto pensassimo fosse di gradimento dei girini. Loro, però, duravano solo qualche giorno, ma non era grave, perché la caccia, sole permettendo, si sarebbe ripetuta la settimana seguente. Certo una rana domestica a testa ci avrebbe fatto tanto piacere...

Pioggia. Dolce forno e fantascienza giapponese

I pomeriggi di pioggia ci vedevano spesso a casa Vaccarezza. Lì rispetto a casa Ungaro erano permesse molte più cose. Si poteva giocare in tutta la casa, cortile incluso, e poi c’era la casetta di legno che Giorgio aveva costruito in terrazza, ed eravamo sempre contenti di passarci un pomeriggio, e già che c’eravamo anche la sera, tanto sia Giorgio che Nicola avrebbero fatto tardi a lavoro. Ad un certo punto fece il suo ingresso un ambito passatempo: il dolce forno Harbert (il primo modello, 575 quello del 1970). Non ricordo se era accompagnato anche dalla maglieria magica, quella della Mattel, ma quella era un aggeggio noioso che produceva inutili tubi di lana dai colori improbabili, al quale si dedicavano più volentieri Chicca e Simona. Noi, io e Susy, con il dolce forno, che poi altro non era che una scatola di plastica azzurrina con una lampadina, ci divertivamo un monte, ma come recita la scatola, era completo di sole tre formine, che regolarmente venivano prese da Silvia e Daniele, che avevano un approccio decisamente più tecnico del nostro alla pasticceria. Ci ingegnavamo allora con tegamini, terrine, e quant’altro potesse contenere i nostri intrugli semiliquidi e soprattutto potesse infilarsi nel forno...Gli impasti erano i più fantasiosi, le forme e le decorazioni ancora di più. Assaggiavamo tutta la nostra produzione dolciaria, sotto gli occhi disgustati di mamme, fratello e sorelle. Dopo il dolce, finalmente la pizza di Viviana e un’ora di tv. Un film ci colpì particolarmente: fantascienza giapponese in bianco e nero, la terra invasa da giganteschi meteoriti che crescevano come funghi, e dopo essersi rotti sotto il loro stesso peso, da ciascun frammento se ne generava un’altro, avanzando così inarrestabili dal deserto (di cui credevamo il Giappone abbondasse!) verso la città...ma doveva essere veramente trash perché in rete non ve ne è traccia!

Lo stadio dei marmi
Sempre due mamme, sempre noi sei, ma a sgambettare più grandi (erano gli anni delle medie, per me a Susy, 1976-1979) sulle piste dello Stadio dei Marmi, mentre loro si surgelavano il sedere sui gradini di travertino, intabarrate nei loro cappotti color cammello. La parte più divertente era il lungo viaggio sul 910, da Via Antonelli giù fino al Foro italico. Inutile dire che sulla pista Susy mi lasciava sempre dietro e faceva anche la spiritosa prendendomi in giro. L’unico a tenerle testa era Daniele.

Prima e dopo gli esami di maturità
Avevamo scelto di portare “scienze”, che al classico è una parola un po’ forte mi rendo conto, io come prima Susy come seconda materia, e per un po’ ci ritrovammo tutti i giorni, il pomeriggio a studiare e ripetere insieme, il secchione della IIIaE e la pazza della IIIaA. A volte si univa anche Sigi della IIIaC e ci piaceva questa cosa di essere di tre classi diverse, ci faceva sentire già fuori da quella scuola dalla quale non vedevamo l’ora di uscire. Al tromonto, che a luglio a Roma sembrava non finire mai, andavamo a correre a Villa Glori o ai campi dell’Acqua Acetosa, chiacchierando confusi sul cosa fare dopo.
Non ricordo come si arrivò alle decisione di partire tutti insieme per la Grecia, un gruppetto neanche troppo ben assortito, forse decidemmmo io e Susy e ci tirammo dietro a testa due compagni di classe, io Edoardo e Federico, lei Stefania e Riccardo; ricordo però che la decisione fu presa nei corridoi color verde pistacchio del Mameli. Non avevamo nessuna meta precisa, nessun itinerario, la maturità era alle spalle, andata come andata, ma andata e quindi, bene, si parte per le Cicladi. Treno di notte, traghetto da Bari, dopo visita nella città vecchia, bus da Igoumenitza pressati come acciughe a 40°C, notte al Pireo. Praticamente alloggiavamo in un bordello non lontano dal porto, tutti e sei in una stanza, gli zaini a chiudere la porta, e magari, a tenere lontano il puzzo che arrivava dai bagni alla turca, pure quelli senza porta, solo una tenda e un grande andirivieni di figure non troppo vestite. Il livello di adattamento nel gruppo si rivelò molto differenziato: io e Susy trovavamo il tutto divertente, puzza a parte, e avventuroso; qualcuno non chiuse occhio, qualcuno si vestì con tutto quello che aveva dietro non so se per paura delle pulci o per paura che ci rubassero gli zaini, tant’è alle 5 del mattino eravamo al porto pronti per l’imbarco. Destinazione Mikonos. Mare calmo, all’arrivo cielo blu da far male, luce accecante e geranei psichedelici in fiore contro i muri bianchi delle case bianche. Già, le case: belle ma trovarne una che ci ospitasse non fu facile. E infatti non la trovammo. Finimmo in cima ad una collina pietrosa fuori il paese, in quello che oggi si chiamerebbe annesso abusivo non condonato. A dire il vero non era neanche finito, solo cemento grezzo e tende e cartoni alle finestre, e un bagnetto di mezzo metro quadro. Senza finestra. Il pezzo meglio era l’affittuaria, subito soprannominata la “panterona” da Susy per via della tenuta leopardata corredata da calze nere tutte smagliate. O forse per il baffo vistoso. Ma eravamo contenti così, cemento, cartone, donna baffuta e tutto il resto, compreso il pagamento anticipato. Il soggiorno a Mikonos non durò molto: dopo solo tre giorni la panterona infilò nell’annesso non condonato altre tre ragazzi senza dirci niente e noi decidemmo di partire con il primo traghetto per la prima isola.

Toccò a Santorini, e così dall’isola gaia e trasgressiva (beh per i tempi e per l’età, oggi fa un po’ sorridere) ci spostammo nella più meridionale delle Cicladi, assai diversa per frequentazioni e target. Il viaggio lo ricordo mosso, anzi parecchio mosso; ovviamente ci eravamo sistemati tutti sul ponte, finchè il vento e le onde ce lo consentirono...io e Susy infilati nei sacchi a pelo ci divertimmo per un po’ a farli gonfiare dal vento fin quando non cominciava a trascinarci sul ponte. Quando poi i marinai presero a correre in su e in giù per legare con catene pile di sedie che andavano a spasso avanti e indietro, ci ritirammo in coperta insieme agli altri. Il vento da sud non cessò per i tre giorni successivi, stare in spiaggia era impossibile, la sabbia nera di Perissa che volava faceva davvero male e così ci toccò fare i turisti. La gita a Thira e la discesa nell’immensa piscina della caldera fu l’occasione di un bagno in un mare finalmente calmo ma al momento da risalire ci venne la brillante idea di non andare a piedi ma a dorso di ciuco. A me e Susy, non so perchè, ci toccò un ciuco in due, lei davanti e io dietro...la sella era stretta e di legno, mi toccava reggermi al sottocoda. Non fu esattamente piacevole, e ogni volta che l’omino gridava “mulera! mulera!” facendo schioccare la frusta, il ciuco accellerava all’improvviso e ad ogni curva o finivamo sui fichi d’india o ci avvicinavamo pericolosamente al bordo del baratro sottostante; a Susy doveva essere piaciuto, visto che per diverso tempo continuò ad uscirsene all’improvviso con “mulera! mulera!”...Diversamente da Mikonos, la sera non c’era niente da fare, se non guardare le stelle. Susy aveva adottato un piccolo cane giallo, dalla coda lunga e il muso triste. Non era randagio visto che stava alla catena, ma era molto, molto male in arnese e magro da far paura. Dopo avergli portato i nostri avanzi di moussaka, passavamo la sera a levargli le zecche con l’olio solare, mentre gli altri ci guardavano piuttosto schifati. E a dire il vero anche il padrone del cane non sembrò apprezzare più di tanto.

Lasciammo Santorini per Folégandros, la quint’essenza della Grecia fatta isola. Anche lì con l’alloggio, secondo alcuni, non fummo molto fortunati, non che l’isola fosse piena di turisti, semplicemente non c’erano alloggi (anche di turisti a dire il vero pochini nel 1984) e quindi ci accampammo su un tetto con uso bagno e una vista meravigliosa sul paese. E bastava allungare la mano per raccogliere i fichi per accompagnare lo yogurt a colazione. Furono i giorni più belli della nostra vacanza di maturità, le passeggiate tra gli oleandri e l’elicriso, ore e ore al mare a ridere delle nostre scemenze, io sempre più nero e Susy sempre più bionda, un tetto come casa, e la sera dopo cena non c’era altro da fare che rincorrersi con le bottiglie di plastica piene d’acqua per le viuzze silenziose del paese.

Roma
Tempo di scelte. Io mi preparo a partire per Firenze, Susy si prepara per l’esame di ammissione all’Isef. Condividiamo dubbi e aspettative, tanti i primi, confuse le seconde. Andiamo spesso a correre insieme, ogni tanto la aiuto con i test per l’esame. Le giornate si accorciano, ogni tanto piove. L’autunno è arrivato, i girini diventati rane si preparano per l’inverno.

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