Rosso come gli scarponi
Ho deciso di scrivere quello che è stato il mio contatto con Susanna, dividendolo in tre parti e dando loro un colore che le caratterizza.
Conobbi Susanna nel 1985, Natale. Lei, una sua amica Cecilia, un mio amico Alessandro ed io decidemmo di andare a sciare per le vacanze Natalizie. Tutti e quattro frequentavamo l’ISEF, conoscevo Alessandro, mio compagno di corso e Cecilia amica sua.
Partimmo per un paese nel Trentino che si chiama Cavizzana dove Alessandro aveva casa con la mia ritmo diesel bianca, un cesso di macchina che mangiava olio e candelette a volontà.
Io avevo una attrezzatura sciistica da paura: scarponi tecnica del 1920 e sci maxxel dello stesso anno o quasi, con le cozze sotto la soletta ed al posto delle lamine…nulla! dimenticavo gli attacchi Tyrolia con cinghietti, praticamente l’ultimo dei moicani (lo ski stop era diventato d’uso da vari anni).
Il secondo giorno i miei scarponi esalarono l’ultimo respiro e si spaccarono i mille pezzi. Susanna, con la quale avevo scambiato 2 parole dico due, si prodigò per rimediarmi gli scarponi. Mi fece provare un paio di scarponi ROSSI della Nordica (marca che ancora porto, chissà se è un caso non gli scarponi che restituii alla fine della vacanza).
Questo fatto mi colpi molto perché mi fece intravedere la sua generosità e forse mi feci qualche illusione………
Ricordi nitidi sono quelli dove Lei e Cecilia ballavano in macchina una canzone dal titolo “I never be maria maddalena” che avevo registrato in malo modo dalla radio, improvvisandomi DJ, ed ogni volta che attaccava il ritornello loro due si agitavano in una danza particolare che io adocchiavo dallo specchietto retrovisore.
Non so esattamente il motivo ma ad un certo punto della vacanza litigammo. Io ed Alessandro offesi da un parte e Cecilia e Susanna dall’altra. Gelosia nei confronti di alcuni maschi latini che avevano rivolto la parola a loro?? Non mi ricordo. Il fatto fu che non ci si rivolse la parola fino a quasi la partenza per poi chiarire il tutto. La mattina prima di partire aiutai Susanna a portare il cavo della antenna a casa della nonna, ove ci eravamo trasferiti nel frattempo. A proposito conobbi anche Silvia ed il suo simpaticissimo ragazzo Maurizio.
Quella mattina io e Lei rimanemmo a casa e Lei fece un gioco, i ricordi sono vaghi ma era inerente ad una storia del tipo: se ti perdi in un bosco e trovi una chiave che fai? Se trovi questo che fai? E cosi via. Quello fu il contatto visivo ed emotivo più forte che ebbi con Lei e non vi nascondo che mi sarebbe piaciuto baciarla.
Riscoperto il piacere di sciare, tornato a Roma mi comprai l’attrezzatura nuova e ricominciai a sciare. Nel 1986, a marzo, andai a sciare con Cecilia e Susanna in settimana bianca ma quella volta le cose non andarono bene, il motivo non lo scrivo perché è irrilevante in questo contesto ma il risultato fu che io Alessandro, Cecilia e Susanna non ci frequentammo più come prima ed io e Susanna ci perdemmo di vista……
In quell’anno incontrai mio padre che non vedevo da quando avevo 6 anni, praticamente non lo avevo mai conosciuto, e questo è un fatto che coincide con il mio incontro con Susanna, sarà un caso?
Giallo come il vestito
Allora dove ero rimasto………ah si!
Dopo la settimana bianca del 1986, ci perdemmo di vista, anche se continuavamo a frequentare l’ISEF.
Poi una mattina mi sembra per l’esame di pedagogia, la vidi: era dimagrita rispetto agli anni precedenti, leggermente abbronzata, insomma in grande forma.
Cercai di salutarla ma nel caos del momento non ci riuscii. La sera stessa feci un sogno, dove vi era lei.
Così colto da uno dei miei raptus che hanno condizionato nel bene e nel male la mia vita decisi di chiamarla. Ricordo che trovai un numero di telefono con scritto Susanna ma non corrispondeva al suo, non tenevo un’agenda e neanche oggi, ma solo un mucchio di foglietti con scritti numeri di telefono spesso senza neanche un nome! Cercai in tutti i cassetti ma nulla!
Fu così che mi decisi, a malincuore, di telefonare a Cecilia, che non vedevo da tempo. Mi inventai qualcosa ed alla fine ebbi l’agognato numero.
La chiamai e ci demmo appuntamento sotto l’ISEF.
Mi ricordo che era giugno, perché di li a poco sarei partito per Londra. Andammo a prendere un gelato in un bar alle pendici di una delle salite più ostiche di Roma, chiamata dai motociclisti il K2, a ridosso dello stadio Olimpico. Era abbronzata ed indossava un vestito giallo, con una scollatura non evidente e le braccia scoperte; stava molto bene.
Iniziai a farfugliare qualcosa, o meglio a mettere insiemi suoni gutturali di varie tonalità stando attendo a non rovesciarmi addosso il gelato che si stava sciogliendo un po’ dal caldo ma molto per via della mia temperatura corporea giunta intorno ai 90 gradi.
Penso che mi abbia scambiato per un demente! Lei ascoltava in silenzio ed il ricordo nitido fu che i moscerini erano attratti da lei, forse dal suo profumo, dal suo vestito o forse si allontanavano da me per via della temperatura, non so. Fatto fu che non le davano tregua!
Ad un certo punto le dissi che mi piaceva e Lei mi guardo negli occhi, mi sorrise e con un tono squillante ma piacevole mi disse: “ ma io sono fidanzata!”
Quella frase mi fece traballare come un pugile suonato ma allo stesso tempo mi sentii sollevato per essere riuscito a comunicarle le mie emozioni.
Mi ricordo che scherzammo ed alla fine la riaccompagnai sotto l’ISEF.
Da Londra le spedii una cartolina e poi, era Settembre, mentre mi trovavo a Parigi da una girl, chiamai casa. Allora i telefoni cellulari non esistevano per cui chiesi a questa ragazza il permesso di far sapere a mia madre che ero ancora vivo. La mamma tra le solite raccomandazioni mi ricordò che aveva chiamato una certa Susanna. Il mio cuore sobbalzò e chiesi Susanna Ferri? E mia madre di rimando: no un’altra, non lei.
Ebbi la tentazione di salire in macchina e partire di corsa ma non potevo…….
Al mio ritorno la chiamai e qualche volta uscimmo, ma non da soli, con la vecchia compagnia di quella gita in montagna ed altre persone.
All’inizio del 1989 mi segnai all’Università per diventare Fisioterapista, la mia professione attuale, conscio che sarebbe stato più facile passare per la cruna di un ago che entrare a scuola come professore di educazione fisica.
Intanto gli incontri si erano di molto diradati e nel 1990, in un pub dalle parte di viale Regina Margherita dove alcuni amici comuni (lo scoprii dopo) suonavano, lei mi vide e sorridente mi venne a salutare.
Parlammo del lavoro, che non c’era, e di altre cose. Lei era solare e mi apparve molto serena. Ci salutammo, le diedi il mio telefono di casa, ma non la sentii mai.
L’ultima volta che la vidi era il 1991, fuori dal cinema Excelsior o roba simile a via R. Margherita. Io stavo con una girl ed un paio di conoscenti, lei mi pare con un ragazzo. Mi colpii il suo viso triste e la sua cupa espressione. Ebbi la netta sensazione che non stava bene e che volesse parlarmi. Anche io volevo parlarle,la guardai, la salutai con un cenno della mano e non feci più nulla……….
Il 26 giugno del 1992, mentre in una pausa del lavoro sfogliavo il messaggero del giorno prima, guardando la pagina dei necrologi, rimasi colpito a morte: difatti lessi l’annuncio del trigesimo di Susanna Vaccarezza. Il cognome particolare ed il nome non mi fecero avere dubbi. La sera provai a contattare delle persone che ai tempi dell’ISEF la conoscevano ma nessuna sapeva.
Provai a cercarla al Verano ed a Prima porta ma nulla…….
Non sapevo dove fosse e soprattutto cosa le era accaduto.
Durante una festa, e siamo nel 2003, incontrai delle ragazze che la conoscevano. Chiesi se sapevano il motivo della sua morte e loro mi spiegarono cosa era successo ma non i motivi.
Il pezzo di giornale con il necrologio lo avevo messo accanto, nel portafoglio, a quello di mio padre.
Rimasero insieme per lunghi 14 anni fino a quando, una sera d’estate del 2006, un/a ignoto/a gentil persona mi rubò il portafoglio.
Non vi nascondo il turbamento che ebbi, la patente, i documenti, i soldi, tutto potevo riavere, tranne quei due pezzetti di carta e la foto tessera di mia figlia Elisa.
Un giorno verso l’ora di pranzo, vedendo il TG2, vidi che la conduttrice dello stesso era Silvia Vaccarezza. Fu allora che decisi di contattarla per sapere dove fosse Susanna.
Rintracciai un indirizzo su internet e le scrissi, presentandomi, raccontando come avevo conosciuto Susanna e che era mia intenzione portarle un fiore.
Silvia mi riscrisse dicendomi che lei riposava a Maccarese e che volentieri mi avrebbe accompagnato.
Azzurro come gli occhi di Elisa
Con Silvia ci incontrammo dopo piazza Irnerio. Avevo comprato dei fiori gialli (giallo è il mio colore preferito) e ci recammo a Maccarese.
Durante il viaggio le raccontai quello che più o meno state leggendo. Silvia mi disse cosa e come era accaduto.
Arrivati ci fermammo davanti alla tomba, rimasi colpito dai pupazzi e dalla foto che la ritraeva in barca, vestita di bianco, con lo sguardo altezzoso rivolto al vento ed il sole in faccia. Mi colpi l’azzurro di quella foto, come gli occhi di mia figlia. Chiesi a Silvia dove fosse quel posto e lei mi disse a Vulcano.
Quei posti mio padre li conosceva molto bene essendo vissuto a Lipari per più di 10 anni ed io stesso ero andato li per una settimana a luglio di quell’anno (2006).
Ci sono delle storie che si intrecciano o siamo noi che vogliamo così. A me piace pensare che il mio incontro con Susanna e quello che ne è scaturito non sia frutto del caso, ma di un disegno....
Con Silvia di tanto in tanto ci scambiamo dei messaggi ed il 24 maggio da quell’incontro, ci si incontra per la messa.
Ogni tanto nelle piaghe delle mie tristezze, quando affiorano, ripenso a quello sguardo perso e quella che mi sembrava una richiesta di dialogo da parte sua in quel lontano 91. Conservo con me il rimpianto di non averle parlato e non so se avrebbe modificato qualcosa….. Ho imparato a non lasciar mai nulla in sospeso però.
Grazie Susanna per gli scarponi rossi, il vestito giallo, il tuo sorriso…. E l’azzurro!
Cesare
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