martedì 20 aprile 2010

william geiger "bill" racconta

William geiger bill

Cio` che ricordo di piu` di Susanna è come fosse bello e naturale trascorrerci tempo insieme. Ho vissuto uno dei periodi piu` belli e divertenti della mia vita a Roma, ospitato o per meglio dire “adottato” dalla famiglia di Maurizio. Ero diventato “un’appendice” di Maurizio e Silvia: andavo con loro ovunque. A prendere un caffe`, a vedere un concerto, ad Ansedonia per il fine settimana e in alcune di queste occasioni c`era anche Susie, la quale aveva una capacita` innata di rendere qualcosa che poteva essere un po` “imbarazzante” come due coppie (una che sta insieme e un`altra no) in giro per Roma, la cosa piu` naturale e divertente del mondo.
Mi ricordo di quando tutti e quattro nella macchina di Maurizio, con noi due seduti di dietro, Susie mi aiutava con il mio italiano che a quel tempo era un disastro assoluto. Il ricordo piu` chiaro che ho è di quante risate ci siamo fatti insieme e di come fosse facile essere me stesso in sua compagnia.
Ho visto Susie due giorni prima della sua morte. Dovevo andare a un appuntamento di lavoro e sono entrato in un cortile con il mio motorino. Susie era seduta su una panchina. Era passato qualche mese dall`ultima volta che l`avevo vista, ma lei era sempre Susie: amichevole, dolce, tranquilla. Se solo avessi avuto la minima idea di cosa le stava accadendo dentro…. Sono sicuro abbiamo avuto tutti lo stesso pensiero.
L’esperienza di Susie ha fatto nascere in me tante domande rispetto alla vita e che hanno ispirato alcuni aspetti di un film che ho fatto.
Il mio unico desiderio è che Susie fosse ancora qui per poterlo vedere insieme.

lorenzo cerroni racconta

Susanna non voleva farsi fotografare. O meglio: per tutto il periodo in cui siamo stati insieme non voleva che un obiettivo inquadrasse tutto il suo viso. Poi le cose sono cambiate e ci sono tante sue foto, ma sono tutte di "dopo": dopo che ci siamo conosciuti, dopo che la nostra storia era gia' finita, dopo che per un anno e qualche mese avevo fotografato tutti tranne lei. Qualche volta raggiungevamo un compromesso, cosi' delle foto di noi due insieme le ho: io di fronte e lei di spalle, con i bei capelli biondi sulla schiena nuda; oppure un suo occhio con il mio riflesso dentro. Un ritratto vero, pero', non ce l'ho. Qualche foto rubata da lontano che poi ingrandivo in camera oscura fino a vedere piu' la grana che il viso, o qualche gruppo in cui si intravedeva anche lei: per uno che pensava di voler fare il fotografo, come ero io allora, una specie di dramma. L'occhio di Susanna che ho mandato a Silvia per questo libro l'ho fotografato una mattina, a fine estate 1983, dietro alla finestra della mia camera a Roma. Susanna era in piedi di fronte alla finestra, pero' dovevo illuminare anche il mio viso riflesso nel suo occhio e avevo montato dei pannelli bianchi volanti per riflettere la luce. Insomma era una foto macchinosa, non uno scatto fatto al volo: questo per dire che non e' che Susanna non si prestasse a fare delle foto e a perdere tempo per farle, e' solo che non voleva che si vedesse tutto il viso – se la vogliamo dire tutta, non voleva che si vedesse il naso, che a me piaceva ma che lei trovava brutto. E durante la preparazione di questa foto non e' che non avessi provato a convincerla delle meraviglie di tutte le possibili inquadrature, e di come in fotografia tutto puo' sembrare diverso da come e': ma di fare un ritratto vero e proprio non se ne parlava neanche, e alla fine ho dovuto usare un obiettivo macro piazzato a pochi centimetri dall'occhio per rendere la seduta tranquilla senza far pensare che forse stavo fotografando quello che non dovevo...
Quante altre foto avrei voluto fare, e che non ho mai fatto! Quante immagini ho perso, oramai svanite dalla memoria e finite in un unico ricordo di un viso che aveva cosi' tante sfaccettature, cosi' tante espressioni, cosi' tante allegrie e cosi' tante tristezze! Sono quasi 30 anni da quando ci siamo conosciuti ed il tempo passato insieme si e' come condensato in un'unica sensazione, un'unica emozione, la malinconia di una storia finita due volte: perche' e' finita la storia e perche' e' finita anche chi l'aveva vissuta con me, e la poteva ancora ricordare. Era una storia di altri tempi, di quando eravamo piu' piccoli e ci sentivamo meno liberi; forse in realta' eravamo molto piu' liberi di adesso che possiamo fare tutto ma non ne abbiamo mai il tempo, o la voglia... Non ho grandi viaggi fatti insieme da ricordare – i giorni passati con lei, intendo stando insieme dall'inizio alla fine, erano pochissimi e rubati, nel senso letterale della parola. Non ricordo piu' quante bugie ci siamo inventate (in realta' se le inventava lei, perche' i miei genitori non mi mettevano mai restrizioni, pero' annuendo nervosamente mentre lei parlava mi sembrava di raccontare balle anche a me). Ogni gita a Santo Stefano (non saprei piu' dire quante volte ci siamo andati insieme: a me sembrano tantissime, ma devono essere state una manciata...) veniva presentata come una gite di classe, se non di tutta la scuola, e comunque sempre da qualche altra parte (l'Argentario era un po' come il giardino della perdizione, per andarci bisognava inventarsi almeno una decina di compagni di gita, madri e padri al seguito e poco mancava che non venisse richiesta anche la presenza di un qualche nonno di sicurezza). Ho capito allora la potenza della complicita' tra amici ed amiche e oggi mi chiedo quante cazzate mi racconteranno i miei figli, e penso che forse crederci fa parte delle regole del gioco... Non ho giornate o notti in posti esotici da ricordare. La settimana o poco piu' passata in Sardegna all'inizio della nostra storia, forse il viaggio piu' lungo in cui siamo stati insieme (ma anche insieme a tanta altra gente), era caratterizzata in parte da ambienti di uno squallore inimmaginabile (la casa dove abitava Susanna con i suoi amici), che pero' veniva completamente annullato dall'incredibile romanticismo della barca di Alberto Bezzi (con cui ero venuto io), del mare, e soprattutto del primo amore, come nelle piu' melense canzoni di Claudio Baglioni... Mi sono rimaste intatte nella memoria la figura di Fabio Polazzo che chiedeva 500 lire a tutti quelli a cui dava un passaggio con la macchina, ed un individuo di cui non ricordo piu' il nome che viveva nella casa affittata dagli amici di Susanna (chiamarla casa e' un eufemismo), e che era capace di prendere le mosche con la mano – per incredibile che possa sembrare non l'ho visto fallire una sola volta, e ne avra' prese almeno una cinquantina. E' l'imprevedibilita' e la meschineria della memoria: vorrei ricordarmi di tante altre cose, queste due pero' mi sono rimaste fisse come il mastice, e non me ne libero piu'. Non ci siamo quasi mai svegliati insieme: una volta che lo facemmo a casa sua i genitori ritornarono molto prima del previsto mentre ancora dormivamo, e solo grazie alla prontezza di Silvia e Simona che li bloccarono nell'ingresso per un paio di minuti riuscimmo a rimediare – Susanna rifacendo in fretta il loro letto, dove avevamo dormito, io saltando dalla finestra della loro stanza in mutande con i vestiti in mano. Abitavano al pianterreno, pero' non avevo calcolato che la finestra dava sull'entrata del garage: solo per un miracolo non mi sono ammazzato. Pensavo che fosse un metro d'altezza ma erano quattro, e me ne sono accorto solo nel momento in cui stavo gia' in volo e mi meravigliavo di non toccare ancora terra... Poi sono rientrato suonando alla porta come se nulla fosse (dovevo riprendere il casco che avevo dimenticato nella fretta), e non dimentichero' mai lo stupore della madre nel vedermi alle 8 di mattina di domenica – avranno saputo, lei ed il padre, che le figlie non erano cosi' innocenti come volevano far credere? Avranno creduto davvero che ero venuto a fare un saluto prima di colazione, tutto pieno di graffi?
Sono questi i miei ricordi: piccoli avvenimenti, momenti rubati a giornate normali. Non sono ricordi di grandi accadimenti, pero' in un certo senso ho molto piu' di questo, e molto piu' difficile da ricordare: la storia di una grande passione, della prima grande passione, della passione che ti cambia per sempre, nel bene e nel male. Ma la passione non si puo' ricordare, si puo'solo vivere, e quello che rimane dopo e' solo la memoria di un'emozione senza il tuffo al cuore, un po' come quanco cerchi di giore ancora al ricordo delle vecchie vittorie sportive e non ci riesci piu', e tutte le coppe e le medaglie rimangono solo dei pezzi di metallo. Sono questi i miei ricordi: frammenti di una storia che e' stata intensissima, bellissima, allegrissima, e anche tristissima – quando ci siamo incontrati in Sardegna in una pizzeria e gli ho dato una lettera di raccomandazione per metterci insieme, quando abbiamo fatto l'amore per la prima volta (nel letto dei genitori a Roma...), quando siamo andati insieme al consultorio, quando giravamo con la mia moto abbracciati, quando l'andavo a prendere a scuola, quando una mattina ho ritrovato un suo orecchino nel mio letto (uno dei momenti piu' incontrollabilmente felici della mia vita), quando, dopo che la nostra storia era gia' finita, ho trovato un bigliettino d'amore che mi aveva nascosto mesi prima a Santo Stefano (uno dei momenti piu' inconsolabilmente tristi della mia vita...), quando ci siamo telefonati l'ultimo dell'anno tra Salice d'Ulzio, dove era Susanna, e Folgarida, dove ero io, e mi ha detto che si era messa con uno di Modena (ho avuto per un bel po' di tempo una sana sfiducia in Modena e in tutti i suoi abitanti), quando, dopo quella telefonata, tornati a Roma siamo andati a fare un giro in macchina insieme, senza meta, solo a parlare e a cercare di capire, trovando per pochi giorni ancora un'intesa che invece era gia' finita, una passione che ormai era terminata, per lei un po' prima che per me. Qualche mese dopo ci siamo trovati ancora una volta e siamo andati di nuovo insieme per due giorni a Santo Stefano, e abbiamo scoperto che la passione era finita davvero, adesso, per tutti e due.
Quattro anni dopo la fine della nostra storia io sono partito per l'Austria e la vita romana e' diventata come un'eco, man mano piu' lontana ed indistinta. Di Susanna ogni tanto avevo notizie, ma non avevo quasi piu' contatti diretti. Poi nel 1992, poco dopo aver saputo che mio padre aveva un tumore incurabile al polmone, la notizia della sua morte mi ha lasciato impietrito. Per me, che negli ultimi anni l'avevo vista pochissimo, e' stato come se il tempo fosse tornato indietro e fosse morta la "mia" Susanna, la Susanna con cui avevo passato il periodo piu' emozionante della mia vita, l'unica Susanna che avevo veramente conosciuto. Solo allora la nostra storia e' finita davvero, irrimediabilmente, e per sempre. L'ultimo ricordo che ho di lei e' la decisione, presa insieme a mia madre, di non dire a mio padre che si era uccisa. Gli voleva bene, e gli abbiamo risparmiato quest'ultima tristezza.
E ora cosa resta, cosa rimane a quasi 30 anni da quando ci siamo conosciuti e quasi 20 da quando e' morta? Cosa mi e' rimasto di quel tempo, della prima, vera grande passione della mia vita? Cosa e' rimasto delle emozioni, dell'amore che sembrava impossibile che potesse finire, del dolore, della gioia, di una storia di poco piu' di un anno ma che nella memoria si e' dilatata lentamente fino ad occupare spazi che non sono piu' delimitati? Oggi resta la malinconia delle cose finite e che non potranno tornare mai piu', la dolcezza infinita stemperata dai 30 anni di distanza, i ricordi frammentati e spezzettati che si riaffacciano, a volte, nei momenti in cui meno te lo aspetti, staccati ormai dal tempo reale, ingigantiti o rimpiccioliti dalle emozioni, come condensati in un'unica massa di un ectoplasma trasparente ma impenetrabile. Susanna dentro me ha ancora 17 anni, sento la sua voce parlarmi e vedo i suoi occhi ridere furbi in tutte le fotografie che avrei voluto fare, ma che non ho mai potuto scattare.

fabio porzio racconta

Riguardo Susy, ogni tanto la penso e cerco di capire come si sarebbe trovata inquesta società profondamente cambiata dopo la sua dipartita
Lei che ha precorso i tempi della new age che già non è più di moda.
Ora che sono tutti Buddisti, spiritualisti, energisti e compagnia cantante chissà cosa avrebbe pensato, se avrebbe continuato su questo cammino o, sentendo odore modaiolo si sarebbe allontanata per cercare altre strade.
Quando penso a lei mi viene in mente il primo viaggio che facemmo insieme per andare a sciare da voi: tua madre, io e voi tre sorelle.
Eravamo tutti e cinque nello scompartimento e guardavamo i nostri nasi ed ad un certo punto dissi che quello di Susanna era più pronunciato di quello delle altre sorelle e lei stette quasi tutto il vaiggio con una mano sul naso (forse per coprirlo) con il risultato che alla fine del viaggio aveva un peperone al posto del naso. Un ricordo un pò stupido, ma onestamente è il primo che ho. Susy stava alle medie, Simona alle elementari e noi in quinto ginnasio.
E poi, sempre in albergo in montagna, ad un certo punto vi vennero atrovare degli amici di famiglia con due figli che litigavano sempre.
Un pomeriggio, tornati dallo sci, questi due bambini litigavano per terra tra due letti e Susanna ed io stavamo seduti sui letti e gli tiravamo dei giocattolini istiandoli a litigare. ...........proprio degli ebbeti!
Nonostante queste due cretinate ho un ricordo bellissimo e molto spensierato e....pensa, da quando sono venuto con te a Maccarese a trovare Susanna due anni fa, ho ricominciato a pensarci, indipendentemente dalle volte che ci vediamo o ne parliamo insieme.
Ti abbraccio forte

Fabio

fabrizio ungaro racconta

Tre e tre

Anny e Viviana, prima colleghe e poi amiche da lungo tempo, tre figli a testa, in pratica un piccolo branco. Sei in tutto: le bionde, Silvia e Chicca, la grande e la piccola; i rossi, Daniele e Simona, il grande e la piccola, e poi quelli di mezzo, Fabrizio e Susy. Un appuntamento fisso per qulche anno, una volta a settimana almeno, mi sembra il martedì. Il sole e la pioggia decidevano il programma di quei pomeriggi, stranamente sempre senza compiti da fare.

Sole. A caccia di girini
Il terreno di caccia: le fontane di Villa Borghese; la preferita la grande fontana rotonda, quella sotto il Viale delle Magnolie, tra il Pincio e il Giardin del Lago; quella più ricca di prede, la Fontana dei Pupazzi, dove l’acqua era coperta da un tappeto di muschio e piante; quelle più ambite, la fontana di Mosè e quella dell’orologio, nella quali non si poteva entrare. Io e Susy, arrotolati i pantaloni alle ginocchia, tolte scarpe e calzini, ci avventuravamo nell’acqua attenti a non scivolare sui vecchi muschi e muniti di bicchieri e bottiglie passavamo ore a catturare girini, sotto gli sguardi ansiosi, ma poi mica tanto delle mamme, distratte spesso dalle vicende degli altri quattro. La merenda era più che altro un maldestro tentativo delle mamme per farci sbarazzare delle piccole prede, ma non ci pensavamo proprio! Il bello veniva dopo: una bacinella in terrazza a vedere cosa sarebbe successo di quei buffi cosi neri con una minuscola coda che non stava mai ferma. Lungo la strada del ritorno spesso Susy mi dava il suo sacchetto di acqua e girini: doveva arrampicarsi sui lampioni. Non capivo bene perché lo facesse, ma ogni lampione era una sfida, e lei si arrampicava fin dove poteva, prima di essere raggiunta dalle grida minacciose di Viviana, rinforzate da quelle, invero parecchio più allarmate, di Anny. Io coi miei sacchetti di girini, la guardavo divertito e anche molto, molto ammirato: io ad arrampicarmi sui lampioni proprio non ci riuscivo! Poi ce li dividevamo, i girini, e ognuno a casa sua allestiva un piccolo zoo anfibio, con pietre, foglie galleggianti e tutto quanto pensassimo fosse di gradimento dei girini. Loro, però, duravano solo qualche giorno, ma non era grave, perché la caccia, sole permettendo, si sarebbe ripetuta la settimana seguente. Certo una rana domestica a testa ci avrebbe fatto tanto piacere...

Pioggia. Dolce forno e fantascienza giapponese

I pomeriggi di pioggia ci vedevano spesso a casa Vaccarezza. Lì rispetto a casa Ungaro erano permesse molte più cose. Si poteva giocare in tutta la casa, cortile incluso, e poi c’era la casetta di legno che Giorgio aveva costruito in terrazza, ed eravamo sempre contenti di passarci un pomeriggio, e già che c’eravamo anche la sera, tanto sia Giorgio che Nicola avrebbero fatto tardi a lavoro. Ad un certo punto fece il suo ingresso un ambito passatempo: il dolce forno Harbert (il primo modello, 575 quello del 1970). Non ricordo se era accompagnato anche dalla maglieria magica, quella della Mattel, ma quella era un aggeggio noioso che produceva inutili tubi di lana dai colori improbabili, al quale si dedicavano più volentieri Chicca e Simona. Noi, io e Susy, con il dolce forno, che poi altro non era che una scatola di plastica azzurrina con una lampadina, ci divertivamo un monte, ma come recita la scatola, era completo di sole tre formine, che regolarmente venivano prese da Silvia e Daniele, che avevano un approccio decisamente più tecnico del nostro alla pasticceria. Ci ingegnavamo allora con tegamini, terrine, e quant’altro potesse contenere i nostri intrugli semiliquidi e soprattutto potesse infilarsi nel forno...Gli impasti erano i più fantasiosi, le forme e le decorazioni ancora di più. Assaggiavamo tutta la nostra produzione dolciaria, sotto gli occhi disgustati di mamme, fratello e sorelle. Dopo il dolce, finalmente la pizza di Viviana e un’ora di tv. Un film ci colpì particolarmente: fantascienza giapponese in bianco e nero, la terra invasa da giganteschi meteoriti che crescevano come funghi, e dopo essersi rotti sotto il loro stesso peso, da ciascun frammento se ne generava un’altro, avanzando così inarrestabili dal deserto (di cui credevamo il Giappone abbondasse!) verso la città...ma doveva essere veramente trash perché in rete non ve ne è traccia!

Lo stadio dei marmi
Sempre due mamme, sempre noi sei, ma a sgambettare più grandi (erano gli anni delle medie, per me a Susy, 1976-1979) sulle piste dello Stadio dei Marmi, mentre loro si surgelavano il sedere sui gradini di travertino, intabarrate nei loro cappotti color cammello. La parte più divertente era il lungo viaggio sul 910, da Via Antonelli giù fino al Foro italico. Inutile dire che sulla pista Susy mi lasciava sempre dietro e faceva anche la spiritosa prendendomi in giro. L’unico a tenerle testa era Daniele.

Prima e dopo gli esami di maturità
Avevamo scelto di portare “scienze”, che al classico è una parola un po’ forte mi rendo conto, io come prima Susy come seconda materia, e per un po’ ci ritrovammo tutti i giorni, il pomeriggio a studiare e ripetere insieme, il secchione della IIIaE e la pazza della IIIaA. A volte si univa anche Sigi della IIIaC e ci piaceva questa cosa di essere di tre classi diverse, ci faceva sentire già fuori da quella scuola dalla quale non vedevamo l’ora di uscire. Al tromonto, che a luglio a Roma sembrava non finire mai, andavamo a correre a Villa Glori o ai campi dell’Acqua Acetosa, chiacchierando confusi sul cosa fare dopo.
Non ricordo come si arrivò alle decisione di partire tutti insieme per la Grecia, un gruppetto neanche troppo ben assortito, forse decidemmmo io e Susy e ci tirammo dietro a testa due compagni di classe, io Edoardo e Federico, lei Stefania e Riccardo; ricordo però che la decisione fu presa nei corridoi color verde pistacchio del Mameli. Non avevamo nessuna meta precisa, nessun itinerario, la maturità era alle spalle, andata come andata, ma andata e quindi, bene, si parte per le Cicladi. Treno di notte, traghetto da Bari, dopo visita nella città vecchia, bus da Igoumenitza pressati come acciughe a 40°C, notte al Pireo. Praticamente alloggiavamo in un bordello non lontano dal porto, tutti e sei in una stanza, gli zaini a chiudere la porta, e magari, a tenere lontano il puzzo che arrivava dai bagni alla turca, pure quelli senza porta, solo una tenda e un grande andirivieni di figure non troppo vestite. Il livello di adattamento nel gruppo si rivelò molto differenziato: io e Susy trovavamo il tutto divertente, puzza a parte, e avventuroso; qualcuno non chiuse occhio, qualcuno si vestì con tutto quello che aveva dietro non so se per paura delle pulci o per paura che ci rubassero gli zaini, tant’è alle 5 del mattino eravamo al porto pronti per l’imbarco. Destinazione Mikonos. Mare calmo, all’arrivo cielo blu da far male, luce accecante e geranei psichedelici in fiore contro i muri bianchi delle case bianche. Già, le case: belle ma trovarne una che ci ospitasse non fu facile. E infatti non la trovammo. Finimmo in cima ad una collina pietrosa fuori il paese, in quello che oggi si chiamerebbe annesso abusivo non condonato. A dire il vero non era neanche finito, solo cemento grezzo e tende e cartoni alle finestre, e un bagnetto di mezzo metro quadro. Senza finestra. Il pezzo meglio era l’affittuaria, subito soprannominata la “panterona” da Susy per via della tenuta leopardata corredata da calze nere tutte smagliate. O forse per il baffo vistoso. Ma eravamo contenti così, cemento, cartone, donna baffuta e tutto il resto, compreso il pagamento anticipato. Il soggiorno a Mikonos non durò molto: dopo solo tre giorni la panterona infilò nell’annesso non condonato altre tre ragazzi senza dirci niente e noi decidemmo di partire con il primo traghetto per la prima isola.

Toccò a Santorini, e così dall’isola gaia e trasgressiva (beh per i tempi e per l’età, oggi fa un po’ sorridere) ci spostammo nella più meridionale delle Cicladi, assai diversa per frequentazioni e target. Il viaggio lo ricordo mosso, anzi parecchio mosso; ovviamente ci eravamo sistemati tutti sul ponte, finchè il vento e le onde ce lo consentirono...io e Susy infilati nei sacchi a pelo ci divertimmo per un po’ a farli gonfiare dal vento fin quando non cominciava a trascinarci sul ponte. Quando poi i marinai presero a correre in su e in giù per legare con catene pile di sedie che andavano a spasso avanti e indietro, ci ritirammo in coperta insieme agli altri. Il vento da sud non cessò per i tre giorni successivi, stare in spiaggia era impossibile, la sabbia nera di Perissa che volava faceva davvero male e così ci toccò fare i turisti. La gita a Thira e la discesa nell’immensa piscina della caldera fu l’occasione di un bagno in un mare finalmente calmo ma al momento da risalire ci venne la brillante idea di non andare a piedi ma a dorso di ciuco. A me e Susy, non so perchè, ci toccò un ciuco in due, lei davanti e io dietro...la sella era stretta e di legno, mi toccava reggermi al sottocoda. Non fu esattamente piacevole, e ogni volta che l’omino gridava “mulera! mulera!” facendo schioccare la frusta, il ciuco accellerava all’improvviso e ad ogni curva o finivamo sui fichi d’india o ci avvicinavamo pericolosamente al bordo del baratro sottostante; a Susy doveva essere piaciuto, visto che per diverso tempo continuò ad uscirsene all’improvviso con “mulera! mulera!”...Diversamente da Mikonos, la sera non c’era niente da fare, se non guardare le stelle. Susy aveva adottato un piccolo cane giallo, dalla coda lunga e il muso triste. Non era randagio visto che stava alla catena, ma era molto, molto male in arnese e magro da far paura. Dopo avergli portato i nostri avanzi di moussaka, passavamo la sera a levargli le zecche con l’olio solare, mentre gli altri ci guardavano piuttosto schifati. E a dire il vero anche il padrone del cane non sembrò apprezzare più di tanto.

Lasciammo Santorini per Folégandros, la quint’essenza della Grecia fatta isola. Anche lì con l’alloggio, secondo alcuni, non fummo molto fortunati, non che l’isola fosse piena di turisti, semplicemente non c’erano alloggi (anche di turisti a dire il vero pochini nel 1984) e quindi ci accampammo su un tetto con uso bagno e una vista meravigliosa sul paese. E bastava allungare la mano per raccogliere i fichi per accompagnare lo yogurt a colazione. Furono i giorni più belli della nostra vacanza di maturità, le passeggiate tra gli oleandri e l’elicriso, ore e ore al mare a ridere delle nostre scemenze, io sempre più nero e Susy sempre più bionda, un tetto come casa, e la sera dopo cena non c’era altro da fare che rincorrersi con le bottiglie di plastica piene d’acqua per le viuzze silenziose del paese.

Roma
Tempo di scelte. Io mi preparo a partire per Firenze, Susy si prepara per l’esame di ammissione all’Isef. Condividiamo dubbi e aspettative, tanti i primi, confuse le seconde. Andiamo spesso a correre insieme, ogni tanto la aiuto con i test per l’esame. Le giornate si accorciano, ogni tanto piove. L’autunno è arrivato, i girini diventati rane si preparano per l’inverno.

cecilia vittori racconta

sono alla mia terza vita....
....Susy fa parte della mia prima vita. Ci siamo incontrate un giorno e poi insieme abbiamo percorso moltissimi kilometri per condividere esperienze, avventure, studi, risate, gioia, tristezza, difficoltà, kilometri per raggiungere luohi, gente, amori...kilometri che ci hanno unito profondamente per un pezzettino di vita intensa e anche spensierata. Poi ad un certo punto del cammino avremmo dovuto insieme raccogliere le nsotre ossa e percorrere quell'ultimo kilometro che ci avrebbe portato fuori da quell'immenso deserto buio dove ci eravamo addentrate.
Avremmo dovuto rimettere le ossa al posto giusto, aprire occhi, orecchi e cuore per sentire e vedere dove il nsotro cammino proseguiva e con pazienza e forza avviarci. Eravamo alla nsotra prima "Rotonda"*, c'era da sedersi nel praticello in mezzo a guardare, ad aspettare che affiorasse il sentimento che diceva: quello lì è il tuo cammino...vai prendilo...la famosa vocina del cuore!
Ma non ne eravamo capaci.
Susy non ha potuto o non ha voluto affrontare il deserto o magari è duro da dire, lì era arrivato il percorso di questa vita.
Credo che per tutti quelli che le hanno voluto bene il perchè del suo gesto rimarrà un po' un mistero.
Credo fosse stanca.
Troppo spesso situazioni vicine l'avevano appesantita, troppo spesso si era sentita schiacciata da questo peso che, nonostante la sua forza, la sua allegria, la sua vivacità, la sua potenziale apertura alla vita, lei si portava nel cuore.
A volte mascherava e sopportava, a volte diventava seria, lunatica e allora io la stimolavo, la spronavo, inventavamo "fughe"risanatrici...lei ritrovava il sorriso, l'ottimismo, eravamo di nuovo contente...eravamo di nuovo insieme e complici. Ringraziava la sua grande amica "Putti"o Ciotti"o Fantozzi" ... "sei una fica, con il tuo carattere sempre allegro e il tuo modo di affrontare la vita" mi diceva o mi scriveva "sono cintenta, felice di averti per amica! Forse poi l'ho abbandonata? Non l'ho più capita o ascoltata? Sinceraemnte me lo chiedo...mi gisutifico dicendomi che ad un certo punto io pure nonostante il mio "carattere allegro" mi sono persa e non ero più di aiuto nemmeno a me stessa. Non c'era più luce...non c'era una via d'uscita.
Se ci fossimo sedute insieme sul praticello della Rotonda piano piano avrebbe iniziato a filtrare la luce, avremmo iniziato a respirare il nuovo, il giusto, il nostro, avremmo iniziato a sentire e a vedere la nsotra anima.
A fluire.
A svegliarci a questa vita.
E forse io devo il mio risveglio un pò anche a lei e alla sua scelta scioccante.
Ho raccolto le ossa, ho percorso quell'ultimo km faticosissimo, sono uscita dal buio e mi sono seduta nella Rotonda.
Poi è arrivato il segnale e mi sono salvata.
Mi sono salvata grazie all'oceano al suo dolce suono, alla sua immensità... alla giungla con la sua melodiosa amonia silente...mi sono salvata grazie ai viaggi e all'andare. Ho letto una volta in un libro di B.Chatwin "le vie dei canti" che i popoli nomadi sono gli unici al mondo a non soffrire di depressione...ne rimasi colpita e ne ho fatto tesoro. Il moviemnto - In ogni momento di questi 12 anni della mia seconda vita, in cui ero in mare aspettando un'onda con il sole che tramontava davanti a me e la luna sorgev alle mie spalle, con la pace nel cuore , ho pensato a"Se susy fosse qui con me"..............
ogni volta seduta in un bus che mi portava alla scoperta di posti nuovi,gente e culture differenti , mirando a fuera de la ventanilla lo scorrere del paesaggio con la pace nelc uore, ho pensato "Se susy fosse seduta qui accanto a me".........
ogni giorno che mi sono svegliata nella mia adorata casa di bambù con i mille diversi suoni della giungla che mi ingrandivano il cuore ho pensato "se Susy fosse qui con me"! Certamente c'era ma non come avrei voluto. Sicuramente era in qualche livello di questos trano universo "cuidandome". Non ho mai avuto la sensibilità di sentirla ma so che c'era e che c'è!
Il primo ricordo vivo che ho di noi due insieme è percorrendo Ponte duca d'aosta che separava la struttura cnetrale dell'Ise ai palloni di Piazza mancini: lei mi sta raccontando di un suo amore del momento, Luca, di cui però non è molto convinta al contrrio di lui che invece è apparentemente perso per lei.
L'ultimo ricordo vivo che ho di noi due insieme : Susy mi sta raccontando di quell'ultimo bacio dato a Luca finalmente pieno d'amore e di passione ma privo del coraggio per dirglielo. Tra il ponte e il bacio ci sono 7 anni. 7 anni di grande e intensa amicizia. In realtà il primo vero ricordo è lei con la sua tuta grigia con la banda rossa, le superga no sperga blu, una felpa rossa e un pallone in mano, impalata in mezzo al campo da pallacanestro. Mi ispirò tenerezza, simpatia, c'era in lei qualcosa di diverso, la guardavo e la stavo riconoscendo. Ci siamo così incontrate e riconosciute per danzare insieme un momento di vita, di simbiosi. Lo studio, i week end, le vacanze invernali e le vacanze estive. La Grecia e le isole del vento erano la nsotra meta: zaino, sacco a pelo, jeans e superga e si partiva per una nuova avventura. Davamo il meglio di noi stesse: bivacchi nei porti, autostop, la scoperta delle "offferte" paghi uno porti via tre! barche alla deriva. L'albero più bello del campeggio era il nostro accampamento: niente tenda, solo i nostri due sacchi a pelo per terra uno accanto all'altro.Un fantastico letto sotto le stelle! Uno specchio sul tronco dell'albero che ci ospitava....uscivamo di lì pronte e perette come uscisimo da una favolosa suite. Povere ma belle, libere, spensierate, selvagge, felici. Amiche della vita, amiche delle persone incontrate a giro come noi... alcune rimaste poi per un tempo nella vita romana di tutti i giorni:Bruno, enrico e la sua passat station grigia stracolma di gente che ci trasportava da un lato all'altro dell'isola al ritmo dei supertramp! Ricordi vivissimi, è facile chiudere gli occhi e riviverli. Molte moltissime sensazioni.
E se d'estate c'era il mare l'inverno c'era la neve.
Si staccava da tutto per una settimana o due e ci si rifugiava nella sua casa di montagna per godere della ricarica che sciare ci dava. Vi piaceva da matti e lo facevamo bene, scivolavamo rapide ed eleganti sulle belle piste innevatedel trentino, ci divertivamo a cercare qualcuno che ci piacesse da conoscere, magari zio e nipoteo fratello grande e fratello piccolo perchè lei era attratta inevitabilmente dal "vecchietto" e io dal "pischello"! Nessuna competizione!
Giornate fredde, piene di sole o di fitte nevicate, giornate intense, rigeneratrici, divertenti che ci facevano venire la voglia di restare lì per sempre! A viverci quella natura! E invece i giorni volavano e in un baleno si era già sul treno che ci riportava a Roma e alla sua quotidianità. Più cariche e un po' più belle per l'abbronzatura che esaltava i nsotri occhi chiari e luminosi.
La preparazione degli esami di fine anno ci portava invece nella mia casa di campagna.
Lì si studiava e si faceva la dieta! Due cose che insieme per logica non si dovrebbero fare perchè per starci con la testa un po' ci si deve nutrire!
Si partiva da Roma di proposito con pochi soldi così più di tanto non si poteva comprare, al momento della spesa si passavano "ore" con due pacchi di crackers in mano facendo conti assurdi su quanti ce ne erano dentro, quanto ci costava ogni singolo cracker, quante calorie contenevano e alla fine si tiravano le somme e se ne sceglieva uno!
La sera a letto, letti a castello lei sotto io sopra, sognavamo tortellini con la panna e spaghettifumanti e ci si immaginava la nostra futura casa dove nel bagno c'erano due lavandini, due bidet, due tazze due docce .... poi affamate e ormai vaneggianti(deliranti) eravamo costrette ad alzarci preparare una camomilla e tappare il buco inzuppandoci dentro uno dei famosi crackers integrali senza calorie!
Se qualcuno ci invitava cena si accettava con grande gioia, ci si mangiava tutto sotto gli occhi increduli dell'ospite e ci si ritrovava a mezzanotte a fare ginnastica in giardino per smaltire cena e sensi di colpa sotto gli occhi increduli di mio zio hce passeggiava fumandosi l'ultima sigaretta! Due pazze! Pazze in contatto con la nsotra anima, ma non lo sapevamo.
Quando il contatto su è perso sì ne abbiamo pagato il prezzo, il non contatto sì l'abbiamo riconosciuto e sentito. Un grande dolore dentro, buio, debolezza, apatia, incapacità di reagire. Si guardava avanti e c'era il nulla. Ferme nel deserto in balia di tutto. Io dormivo moltissimo per cancellare tutto e non pensare. Susy invece al contrario non poteva dormire, mi telefonava presto la mattina e mi svegliava e io mi arrabbiavo perchè mi tirava fuori dalla mia pace inconscia !!!
Ma si continuava a vivere, l'Isef era finito, eravamo entrate nel mondo del lavoro e della vita "adulta" ....io mi ero pure sposata e con susy ci si vedeva chiaramente un po' meno ma la nsotra amicizia resisteva ai ritmi diversi e si ritagliava comunque momenti di intimità; le nostre cenette a 4 non ce le toglieva nessuno:Susy, Ale, carla ed io, ci rinchiudevamo nella cucina di casa mia e giù a chiacchierare. A chiaccheirare di tutto. Di tutto.
E' per questo che quando lei quella sera formulò quella domanda non destò preoccupazione o sentore di pericolo, pechè si' eravamo in un bel momento di depressione ma se ne parlava, di questo e di molte altre cose. Ma lei chiese "voi come lo fareste?" "faremmo cosa?" "Come vi suicidereste?" Ci sembrò una domanda come un'altra perchè non ci insospettimmo, anzi giù a rispondere! Pistola, barbiturici, gas....solite modalità da film!
Poi quella mattina il telefono squillò troppo presto, ci svegliò e dall'altra parte c'era la voce monotona di teresa che mi diceva che susy aveva fatto una pazzia, e si era buttata dal sesto piano del suo palazzo....io la ascoltavo incredula pensando ma che sta a dì .... cercavo di dare un senso alle sue parole ....sono rimasta incollata al letto in posizione orizzontale e le ho chiesto "dove sta? Sta in ospedale?". Il fatto che potesse essere morta non l'ho proprio pensato, al massimo la sua pazzia avrebe potuto portarla all'ospedale ma morta no, Susy è forte, bella e resistente, lotterà ma ce la farà....e invece la risposta inesorabile fu che non ce l'aveva fatta!
A distanza di anni posso sinceramente dire che non so che mi è successo. L'ultimo ricordo vivo è quella telefonata poi c'è la nebbia........lo stupore, l'incredulità il dolore la rabbia hanno resettato tutto....semplicemnte non mi ricordo ...non ho nessun ricordo di quei giorni, non ho nessun ricordo del suo funerale....ho solo mille ricordi del nsotro tempo insieme e mille in più sono riaffiorati scrivendo di lei. guardo le fotografie e siamo noi appena un attimo fa ....
Sempre sarà la mia grande e unica amica Susy compagna di una vita intera.

sabato 17 aprile 2010

luca braguglia 2

gesto:
la sua risata:incredibile; non sembrava potesse venire da lei, così esile

chi era lei per me:
un'amica, un'amica da proteggere il cui bene era superiore anche a me.
proteggerla, assecondarla e non contraddirla è stato possibile solo dandole fiducia laddove sembrava che nessun altro potesse fare nulla per lei. Un rimpianto, non un rimorso


Cosa mi ha lasciato:
dolore, incredulità, impotenza, malinconia
ma anche
un diverso approccio ad affrontare la vita a cercarne gli stimoli e coltivarne le passioni

... mi ha lasciato la possibilità di guardare in alto ogni tanto: confessarle una scapaptella o condividere con lei una gioia; salutarla o domandarle ancora oggi perchè non ha trovato un motivo per rimanere

livia cesaroni racconta

Mia carissima Silvia,
l'altra sera alla cena di classe mi sono resa conto di avere qualche problema con la memoria. Non credo sia l'età, piuttosto una mia caratteristica da sempre... dimentico e rimangono solo sprazzi ricordi sporadici magari senza alcun significato, ma comunque ricordi. Per esempio di tutti gli anni passati insieme in classe mi rimane vivido il ricordo di ... "Silvia Di Tocco che scrive con la penna sul mio montone ed io che mi incazzo come un'ape!!!!!!!" oppure "Marcaccini che scappa calandosi dalla finestra e scendendo lungo l'albero".

Ti pare che di tutti quegli anni mi rimane solo questo???!!!

Cambiamo discorso che è meglio.

Di Susy ti racconto una delle serate più divertenti che mi sia rimasta tra i ricordi. Non ricordo che anno fosse, se non sbaglio era dopo di Manuel quindi io avevo più o meno 21 o 22 anni.
Era un periodo di discoteche e per la precisione di quella discoteca in Prati, in Via Crescenzio, Pandemonium???
Comunque quella sera eravamo lei ed io. Io avevo la Mini Minor celeste!! Credo di esserla andata a prendere, oppure ci siamo incontrate lì. La scena che mi ricordo meglio è in macchina mia a metterci il gel nei capelli per farli rimanere il più dritti possibile in testa!!!!! E la cosa ovviamente ancora oggi mi diverte molto!
Poi in discoteca a rincorrere, io, LUCIO!!!!!!!!!!!!
Questo è il ricordo che mi segue da anni di Susy ed è molto piacevole ogni volta che torna.

Per quanto riguarda il dopo Susy, sai bene quanti siano stati e siano ancora i pensieri a cui il suo gesto mi hanno condotta. Forse non avremo mai una risposta vera, probabilmente ognuno di noi ha cercato di giungere ad una risposta propria in quanto la sua disperazione nessuno di noi ha potuto o saputo coglierla in quel periodo per poterla comprendere e magari fermare.
Una cosa che cerco di dire a me stessa, principalmente per egoismo, perché così imparo a soffrire meno, è che ogni cosa deve avere un significato. Non solo per chi mette in atto qualcosa, ma anche e, in questo caso, soprattutto per chi rimane. Susy ha fatto pensare molte persone. Ancora è presente e non vogliamo più di tanto dimenticare. Il suo gesto deve avere un senso, deve servire a te, alla tua famiglia, ma anche a tutti quelli che hanno voluto bene a lei e al suo mondo.
In fondo, anche noi a distanza di anni ci siamo trovate a parlare di cose di cui lei già aveva parlato molti anni prima. E questo per esempio mi ha sempre fatto pensare che si sia sentita molto sola, diversa da tutti e senza appigli per far parte del mondo.
Durante e dopo la storia simile di un mio caro amico ancora di più mi sono ritrovata a pensare a lei. E' una disperazione così profonda che nessuno al mondo può comprendere neanche chi è vicino a queste persone che soffrono in questo modo. Non ci puoi arrivare e speri con tutto il cuore di non arrivarci mai a comprendere fino in fondo. Probabilmente nessuno può aiutare chi soffre in modo così profondo. Dall'esterno puoi solo sperare che una virgola di tutto quello che dici arrivi al momento giusto e colpisca il punto giusto dell'essere che hai di fronte e sia abbastanza forte per far scatenare una reazione a catena che porti a qualcosa di buono. Ma non lo sai finché non finisce il tutto.
il mio amico è stato salvato da un "Pastore di pecore" che era a pascolare i suoi animali al centro di Roma!!!!!!
Susy non ha trovato un pastore, ma forse non doveva trovarlo.
Purtroppo la vita è così. Siamo in realtà tutti appesi a fili, qualcuno trova il pastore qualcuno no.
Ovviamente non è risolvibile in modo così cinico e semplice, ma bisognerebbe tutti imparare da queste Anime che passano lasciano il loro messaggio e spariscono.

Ora vado a lavorare, hai scatenato troppo!!!!
Cerca di rendere questo racconto più ragionevole e metti solo il racconto della discoteca il resto vediamolo tra di noi.
ACCETTO CRITICHE

Baci ti voglio molto molto bene
Tua livia