cara Silviuccia
ogni volta che comincio a pensare a Susi ovunque mi trovi con i miei ricordi, in settimana bianca, ad Ansedonia, a chiacchierare seduto sul tuo letto in via Serpieri, poco dopo mi ritrovo, mio malgrado, a vivere gli istanti, gli attimi subito prima della sua scomparsa. Il mio cervello è come un meccanismo che s’inceppa sempre nello stesso punto. Da qualsiasi luogo parta, ed ovunque si trovi poco dopo finisce per arrivare e fermarsi sempre nello stesso punto. Si blocca ad immaginare dei momenti che non conosco, non alla ricerca psicologica delle cause, né all’analisi o al giudizio del gesto. Non mi sentirei in grado di fare niente di tutto ciò. No, si ferma nel tentativo di costruire un ponte che mi avvicini alla sua sofferenza, per condividere il dolore immediatamente prima.
Queste parole sono per te, per spiegarti quello che ho scelto di scrivere, quello che trovi qui sotto è per Susi. Se pensi di volerlo pubblicare, lascia solamente la mia iniziale.
m.
Un attimo prima
lo sguardo si posa piano sul davanzale di marmo;
si muove in cerca di una sporgenza, una presa, un appiglio al quale afferrarsi
qualcosa, una ragione che possa sostenere tutto il peso del dolore che comprime la schiena.
Non c’è niente a cui aggrapparsi, la solitudine del vuoto davanti e dentro
anche il sole, ancora alto, taglia in due ogni possibilità
il chiarore abbagliante e il fresco dell’ombra
la morte e la vita
la sofferenza e la fine di ogni dolore
e il dolore preme come una mano amica sulle spalle.
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